A Switzy, chico de la calle

New York 1942, Madison Square Garden


Dall’alto, un cono di luce bianca illumina a giorno l’angolo del ring.
Al centro della luce saltella ritmico un pugile.
Un bianco. Un peso medio bianco in accappatoio nero.
Volto invisibile sotto il cappuccio, prova e riprova la combinazione che lo ha reso famoso. Quella doppia, velocissima finta di sinistro, seguita dall’affondo fulminante del destro.
Un destro pericoloso anche per un peso massimo.
Anzi, erano due quelli che stese là dove il sole è a scacchi, per un amico.
Qualcuno lo notò e lassù qualcun’altro lo amava, così, quando uscì, lasciò la strada per il ring.
Per volare alto, fino al mondiale.
Ora, all’angolo, Rocky Graziano aspetta la sfida col campione.
Saranno botte, contro Tony Zale, ma ce la farà, il ragazzo di strada dalla finta fulminea.


2001, un tramonto d’estate.

Dall’alto, una luce bianca illumina l’angolo della piscina.
Scendono sull’acqua a bere le rondini. Passano e ripassano in volo radente, lasciano come una scia sottile e risalgono in cabrata sopra una specie di capanno.
Quasi invisibili fuori dalla luce, due gatti attendono i rondinotti per coglierli nel momento in cui si risollevano appesantiti dall’acqua.
Una micia anziana ricca d’esperienza e un cucciolo venuto dalla calle ricco di energia.
Ed eccola lì di nuovo, quella doppia finta di sinistro per far perdere traiettoria ed equilibrio al rondinotto e la zampata di destro per stordirlo: solo un attimo, ma abbastanza per afferrarlo al volo con un balzo anche in capriola rovesciata, e con grande controllo di mascelle, per non ferirlo. Poi via alla ricerca di un luogo sicuro dove liberarlo e riprenderlo ancora al volo. A volte sopravvivono e fuggono, i rondinotti, a volte ci lasciano.........le penne in questo gioco, dove rischiano tanto per una bevuta.
Ma l’istinto è istinto e non si comanda, solo qualche volta si riesce a intervenire, e allora cercano di nascondere la preda per non farsi cogliere sul fatto, i mici.
D’altra parte, ognuno corre i suoi rischi. Perchè qui i gatti maschi li mangiano. Anzi, li cacciano per venderli spellati come conigli. E da piccoli devono difendersi dai cani.

Di cani, infatti, queste strade sono piene. Magri e randagi, quando sono alla fame mangiano anche i morti. Li trovano con facilità, non devono scavare molto. Perchè qui si rubano pure le bare, che costano poco, ma anche il poco è troppo per chi non ha nulla. Così le sepolture sono appena sotto la superficie, si fa meno fatica a scavare le fosse e si recuperano più rapidamente le casse, da rivendere pronte all’uso.
Il defunto resta indifeso e i cani banchettano.
In alternativa, cercano nella basura. O cacciano cuccioli di gatto.

E quella sera poteva esser l’ultima per lui, minuscolo tigrotto dalle movenze di puma.
Quando l’abbiamo trovato per strada, doveva avere tre mesi, ma ne dimostrava due, magro com’era.
Uno sguardo già attento, da piccolo adulto.
Non parlava, certo, ma sapeva esprimersi con gli occhi.
Credo venisse da un lurido barrio nero, di quelli dove si grida tanto. A ogni grido, a ogni minaccia, il piccolo aveva imparato a scappare, a salvarsi dalle incursioni dei cacciatori nei villaggi. Un giorno, forse, lui ce l’ha fatta, ma i suoi genitori no. Quando lo abbiamo raccolto come un piccolo randagio selvatico, Switzi apriva la bocca solo per mangiare quanto più poteva, come chi non sa quando gli capiterà un altro pasto.
La sera, non andava a dormire finché non aveva la certezza che anch’io fossi a letto.
Prima, non poteva permettersi nemmeno di sognare.

Quella volta, fuggiva impazzito di qua e di là, inseguito da due predoni.
Ma lassù qualcuno lo ama e gli manda in soccorso un gruppo di amiche di passaggio.
La più grande e protettiva lo vede, vede i killer, capisce, lo prende al volo, lo salva.

Magro, sporco, tremante, lo stringe sul petto materno.

E arriva proprio qui, col minuscolo profugo che nemmeno riesce a miagolare.

Sa Dio se non se ne vedono abbastanza, di profughi.
Palestinesi e romene, albanesi e serbo croati alla disperata ricerca di un visto per gli USA che non ottengono mai.
Un girone di dannati , tutti a fuggire da qualcosa, uno su mille ce la fa.

Gatto di strada, povero ma bello, andatura sinuosa, muso dalle geometrie egizie, il piccolino ce l’ha fatta, è salvo e ha già tuffato la testa in una ciotola di latte.

Lasciato a dormire sotto il portico in giardino, si è battuto da subito per un posto in casa.

A miagolare non riesce, ma trova la forza per scagliarsi contro la porta a vetri, ancora e ancora, con disperata determinazione. Fuori, non vuole stare.

Come dirgli di no? Anche la monaca di Monza avrebbe ceduto.
Ed eccolo dormire in pace sotto la poltrona, con un ron ron di soddisfazione.

Ha trovato una casa. E pensare che non sopportavo i mici.

A capire i gatti e come funzionano, insegna su internet www.vetinfo.com , la Veterinary Medical Information on line degli States.

Fondamentale è la cronologia della vita del gatto.

Il cui primo anno di vita corrisponde ai primi 12 – 15 di un ragazzo.
Il secondo ne vale altri 10, poi ogni anno conta come 4 dei nostri, fino al termine della vita del micio, che è in media di 12 – 18 anni, corrispondenti a 65 – 90 dei nostri.

Nel primi 12 mesi dunque il piccolo attraversa, come in un film accelerato, l’evoluzione e le esperienze di vita di neonato, bebè, bambino, adolescente, ragazzo in pieno sviluppo.

Dalla culla al liceo, dalle malattie infantili ai primi appuntamenti, fino al voglio uscire la sera, dammi le chiavi per rientrare, tutto concentrato in meno di un anno.

Si passa in un attimo dalle guardinghe esplorazioni di un’aiuola, agli scivoloni dagli alberi per imparare a scendere, dal timido salto di uno scalino alla disinvoltura agile del balzo sul tavolo. Poi lui scopre che è fatto per cadere sempre in piedi, salvo che in piscina sbaglia la mira, ma anche lì se la cava, nuota fragorosamente nella notte, un colpo di reni per balzar fuori e scrollone finale intorno.
Asciugatura conclusiva a colpi di lingua con qualche starnuto.

Siamo ancora all’infanzia, quando sotto le zampe è fatto di cuscinetti rosati morbidissimi, che passa sugli occhi chiusi per svegliarmi, quasi una piuma.

Ma la clessidra del tempo corre veloce: dall’aiuola, a tutto il giardino, alle cime degli alberi, veloce come il fulmine, e di lì ai tetti. Oltre, c’è il mondo.
Lo stesso col cibo: dalle pappine, alle scatolette, al fegato al sangue in un amen.

La casa piena di lucertole cacciate di giorno, rane di notte e rondinotti al tramonto con virtuosismi, finte e colpi in acrobazia. Portati dentro come trofei, e poi via di corsa.

Nemmeno i ragni lo intimoriscono, li sbatacchia a zampate fino a che si fingono morti.

Una vita al massimo, col batticuore, energie fresche e vitalità sfrenata, ma la morte è in agguato anche per lui, con un’indigestione di carne cruda, quando è troppa.

Eccolo immobile, senza più forze dopo una notte di vomito e un giorno di digiuno, rifiuta il cibo, si spegne poco a poco, appoggia il muso lieve sul palmo della mano, ci fissiamo a lungo, implora senza parlare, vedo la vita scorrere via, la gente del posto dice che sono parassiti da carne cruda, altri due giorni e morirà, fanno tutti così.

Trovare un veterinario, ma dove? Qui non ci sono i soldi per curare i bambini, figurarsi.

Avanti lo stesso, proviamoci almeno, e via a sentire tutte le farmacie, anche dei paesi vicini: alla fine salta fuori che sì, c’è un dottore in una specie di guardia medica al di là dell’autopista e pare che abbia una moglie veterinaria.

Una caccia al tesoro tra le stradine sterrate dei campi, nessuna insegna, solo il passa parola, ma alla fine si arriva a una casa.

C’è una signora nera e dolce, che ha studiato, esamina il piccolo, conferma i parassiti, prescrive un purgante, un antibiotico e delle vitamine. Visita e medicine, totale lire 7000. Incredibilmente funziona tutto. Espulsi i parassiti, al terzo giorno lui mangia.

Si riprende subito, dopo una settimana gli crescono i baffi, è in pubertà, gli cambia la voce, ora chiama con un verso strano, quasi rauco, comincia inquieto a cercare l’amore.

Non torna a cena una sera, passano le ore, sarà per tetti, per macchie, o chissà dove.

Mi addormento con i pensieri più foschi, mi sveglia all’alba col suo verso perentorio. Segni di lotta sul muso, un occhio nero, e una fame diabolica.
Divora e beve, cerca una carezza, poi via sotto il divano in un sonno di piombo.

Vive di notte e dorme di giorno, come i vampiri. Torna a sorpresa alle ore più impensate, imprevedibile come il tempo di primavera, mangia e riesce, chi se ne intende dice che è alla sua prima competizione per una femmina.
Lei che aspetta e i gatti intorno a battersi per conquistarla.

Ma una sera no, resta immobile sul bordo della piscina, orecchie dritte ad ascoltare la notte. Passa il tempo, guardo e dopo un’ora i gatti sono due, uno di fronte all’altro, identici.
Lei, una macchia bianca sul petto, è venuta a cercarlo nel suo territorio sfidando la paura e le regole del corteggiamento. Gli somiglia tanto che quasi non si distinguono.

Con un canto modulato e profondo, quasi un lamento melodioso come quello delle Sirene che incantano Ulisse, cominciano un rito di danza millimetrico, sembrano due samurai in un kata al rallentatore.
Immobile, li vedo avvicinarsi l’un l’altro un centimetro per volta, mentre si spostano insieme alla ricerca del dove compiere il loro atto d’amore. Una danza sublime.
Mai avrei pensato a una cosa tanto elegante e bella.

La notte asciutta e limpida dà spettacolo, luci e suoni come a Luxor. Danza e melodia continuano fino a un angolo buio dove non oso seguirli e lei è solo per lui stanotte.

Rivedo la timidezza di bimbo di Guido Gozzano nell’avvicinare la sua “Cocotte”.

Ho rivisto il giardino, il giardinetto
contiguo, le palme del viale,
la cancellata rozza dalla quale
mi protese la mano ed il confetto...

«Piccolino, che fai solo soletto?»
«Sto giocando al Diluvio Universale.»
Accennai gli stromenti, le bizzarre
cose che modellavo nella sabbia,
ed ella si chinò come chi abbia
fretta d'un bacio e fretta di ritrarre
la bocca, e mi baciò di tra le sbarre
come si bacia un uccellino in gabbia.
Sempre ch'io viva rivedrò l'incanto
di quel suo volto tra le sbarre quadre!
La nuca mi serrò con mani ladre;
ed io stupivo di vedermi accanto
al viso, quella bocca tanto, tanto
diversa dalla bocca di mia Madre!
«Piccolino, ti piaccio che mi guardi?
Sei qui pei bagni? Ed affittate là?»
«Sì... vedi la mia mamma e il mio Papà?»
Subito mi lasciò, con negli sguardi
un vano sogno (ricordai più tardi)
un vano sogno di maternità...
«Una cocotte!...»
«Che vuol dire, mammina?»
«Vuol dire una cattiva signorina:
non bisogna parlare alla vicina!»
Co-co-tte... La strana voce parigina
dava alla mia fantasia bambina
un senso buffo d'ovo e di gallina...
Pensavo deità favoleggiate:
i naviganti e l'Isole Felici...
Co-co-tte... le fate intese a malefici
con cibi e con bevande affatturate...
Fate saranno, chi sa quali fate,
e in chi sa quali tenebrosi offici!

Un giorno - giorni dopo - mi chiamò
tra le sbarre fiorite di verbene:
«O piccolino, non mi vuoi più bene!...»
«È vero che tu sei una cocotte?»
Perdutamente rise... E mi baciò
con le pupille di tristezza piene.

Tra le gioie defunte e i disinganni,
dopo vent'anni, oggi si ravviva
il tuo sorriso... Dove sei, cattiva
Signorina? Sei viva? Come inganni
(meglio per te non essere più viva!)
la discesa terribile degli anni?
Oimè! Da che non giova il tuo belletto
e il cosmetico già fa mala prova
l'ultimo amante disertò l'alcova...
Uno, sol uno: il piccolo folletto
che donasti d'un bacio e d'un confetto,
dopo vent'anni, oggi ti ritrova
in sogno, e t'ama, in sogno, e dice: T'amo!
Da quel mattino dell'infanzia pura
forse ho amato te sola, o creatura!
Forse ho amato te sola! E ti richiamo!
Se leggi questi versi di richiamo
ritorna a chi t'aspetta, o creatura!
Vieni! Che importa se non sei più quella
che mi baciò quattrenne? Oggi t'agogno,
o vestita di tempo! Oggi ho bisogno
del tuo passato! Ti rifarò bella
come Carlotta, come Graziella,
come tutte le donne del mio sogno!
Il mio sogno è nutrito d'abbandono,
di rimpianto. Non amo che le rose
che non colsi. Non amo che le cose
che potevano essere e non sono
state... Vedo la casa, ecco le rose
del bel giardino di vent'anni or sono!
Oltre le sbarre il tuo giardino intatto
fra gli eucalipti liguri si spazia...
Vieni! T'accoglierà l'anima sazia.
Fa ch'io riveda il tuo volto disfatto;
ti bacerò; rifiorirà, nell'atto,
sulla tua bocca l'ultima tua grazia.
Vieni! Sarà come se a me, per mano,
tu riportassi me stesso d'allora.
Il bimbo parlerà con la Signora.
Risorgeremo dal tempo lontano.
Vieni! Sarà come se a te, per mano,
io riportassi te, giovine ancora.

Lei non è più tornata. Lui per un pezzo passa e ripassa in quell’angolo di giardino.

Poi, una notte, è stato a lui non tornare, e i pensieri si sono fatti cupi.

Ma dopo due giorni rieccolo all’alba, il vagabondo. Sporco, smagrito e carico d’avventura. Si annuncia con un verso a mo’ di sirena, da lontano, come a dire mettete in tavola che svengo di fame. Mangia, dorme, riposa, recupera. Ma non la tranquillità.

E’ notte profonda, mi sveglia lieve, vuole uscire. Socchiudo la porta finestra.
Entra l’odore della notte con i suoi mille suoni, carico di promesse.
Esce, fa due passi nel portico, si ferma. Mi guarda e torna, combattuto tra il calore del focolare e l’avventura. Esito anch’io, sarebbe un attimo farlo rientrare via dal pericolo. Una decisione al 51% per tutti e due, come ogni volta che si è in bilico tra il sì e il no.

Dall’esterno della porta finestra allunga una zampa, mi accarezza la mano a lungo, come a scusarsi. Capisco. Guardo l’ora, le 4.28 del mattino. Vince la libertà.
Quando rialzo gli occhi, è già scomparso.

Dentro, riascolto le parole di una canzone dei terzomondisti antiglobal.

“me llaman desaparecido, que cuando llega ya se ha ido \
Volando vengo, volando voy \
Cuando me buscan nunca estoy,
y cuando me encuentran yo no soy”.

Non sei tornato all’indomani, nè il giorno dopo.

Ti ho cercato, non ti ho trovato, ti ho pianto morto. Non sapevo che sarebbe stata la prima di molte volte per tutto un anno a seguire.

Eccoti all’alba, la mattina del terzo giorno, senza nemmeno un graffio, mi saluti con quel colpo di spalla passandomi vicino, hai fame.

Tiro un sospiro, possibile che tu sia diventato una passione, di quelle da non dormir la notte, pensare che odiavo i felini, ora sono qui che intiepidisco il latte, non l’avrei mai detto. Forse perchè senza passioni non so vivere.

Non sei aggressivo, ami la libertà, l’avventura, l’amore. E’ il tuo momento, vai, io so attendere e ho imparato a credere anche nell’impossibile.

E’ passato un anno, sei cresciuto forte e bello, ora hai anche una compagna bianca con una macchia nera, deliziosa. Vive con te, ti aspetta, ti accoglie quando torni a pezzi, ti lascia mangiare per primo, sembra nata negli anni ’40. E porta già dentro i tuoi figli.

Traslochiamo. Lei si adatta subito, prepara la cuccia, organizza le piccole cose, tiene in ordine i giochi. Tu hai una crisi di rifiuto, ti rifugi con un balzo in cima all’armadio, rifiuti di scendere.

Finalmente ti decidi a uscire, fiuti e segni il territorio, ma qualcosa non va. Avverti una presenza ostile e competitiva. A lungo abbandonata, questa proprietà è terreno di qualcun altro. C’è un nemico. Torni a dormire dentro, ma non sei più tu. Hai un’aria sconfitta e mesta, non so come aiutarti.

Poi una notte lo vedo. E’ un Bianco spettacoloso, quasi della tua grande taglia, i muscoli definiti come i tuoi, gira baldanzoso per il giardino. Esco, si volta di scatto, ci guardiamo a lungo, non ha paura, si sente in casa. Mi avvicino, esce con calma, si gira a controllarmi.

Capisco. Un brutto cliente: forte, aggressivo, sicuro, glielo si legge in faccia.

Infine impari anche tu che le disgrazie non vengono mai sole.
Esci una notte e rientri all’alba, con la schiena aperta fino all’osso. Perdi siero e sangue, ecco lo streptosil, ti sei fatto cogliere da una brutta bastonata, qui non è opera di un gatto, ma di cacciatori di gatti.

Un golpe tremendo, fa la veterinaria, ce l’ha fatta per un pelo a tornare, è proprio robusto, se no era già in pentola. Sei un valiente che non si lamenta, dice.

Ma convalescente, sotto antibiotici, in casa, non è il momento di affrontare il Bianco.

Ti deprimi ancora di più, sono momenti bui, appena ristabilito ecco che di nuovo scompari.
Passano i giorni e le notti, dopo la terza le speranze si affievoliscono, alla quinta cerco di rassegnarmi, non spero più.

All’alba del sesto giorno la telefonata dei nostri vicini di prima, “Switzi è qui, gli abbiamo dato da mangiare, continuava a bussare alla vostra porta, lo abbiamo sentito”.

Cercavi, e sei riuscito a trovare quella che era casa tua. Non male, come passeggiata.

Una corsa e ci sono, mi vedi da lontano, il balzo per abbracciarmi mi ripaga di tutto.

Di nuovo insieme. Le feste della tua compagna, e il buon cibo fanno dimenticare il brutto momento, ma non è finita. Risalire dal fondovalle è dura. Due passi avanti e uno indietro, quando va bene.

Esci la sera, poi torni a dormire sul tavolo sotto il portico davanti casa. Sono passate da poco le tre, urla da belve e un rumore di lotta violenta mi svegliano di soprassalto.
In un attimo sono fuori, in tempo per vederti arrampicare a razzo sul tronco della palma più alta del giardino. Scompari nel verde sette metri più su. Sotto, il Bianco trionfa segnando il territorio. Ti ha sorpreso nel sonno e sei scappato. E’ dura davvero.

Mando via il Bianco, si allontana spavaldo, ora c’è da farti tornare giù.

Ti chiamo, finalmente ecco gli occhi tuoi luminosi sbucare tra le foglie lassù.

Ti parlo, cerco di darti fiducia, devi proprio saltare, non ci sono scale che arrivino così in alto. Il tronco è liscio, e comunque dai rami dove sei finito non lo puoi più raggiungere. Devi saltare.

Un quarto d’ora per esplorare, scegliere il punto d’atterraggio, trovare il coraggio.
Ecco che salti: da quasi otto metri, li ho misurati.

Nuoti nell’aria, atterri e rimbalzi sul prato senza un lamento. Ti scuoti, provi a camminare, non si è rotto nulla, ce l’hai fatta. Ora sai di cosa sei capace. E di cosa no. Per sapere davvero, c’è un solo modo: provarci.

Ti prendo in braccio, sento il tuo cuore che batte, ti porto a casa, dormi con me.

Dormirai tutto il giorno, per smaltire la paura del volo e la vergogna di essere scappato davanti al Bianco. La prima passa, la seconda no. Te lo leggo negli occhi.

Dice Don Abbondio che il coraggio, se uno non ce l’ha, non se lo può dare.

Risponde Hemingway che devi cercarlo dentro finchè lo trovi. Se no, ti mancherà sempre un pezzo. Soprattutto, aggiungeva il mio Maestro di judo, se hai due spalle così e due palle così: come te. Battiti a modo tuo, ma provaci. Lascia la panchina, scendi in campo.

Ci sono ring e materassine, su cui non si può non salire, quando il destino chiama.
Anche se una sola cosa è certa: saranno botte. Non solo fisiche.
Ora dormi tranquillo, rimango. E ti voglio più bene di prima, con tutte le tue paure.

Ma non è il tuo momento. Quando ci si trova dal lato sbagliato della barricata, si diventa vulnerabili a tutto. Ti riprendi, esci una notte, torni con una brutta ferita a una zampa.
Un vetro, o chissà che. Febbre, antibiotici, riposo, sentenzia la veterinaria.

E’ l’8 dicembre: la tua compagna, dignitosa, pulita, senza un lamento partorisce in casa, a mezzanotte, quattro cuccioli stupendi, tre femmine e un maschio.
Eccoli che poppano in silenzio, perfettamente allineati. Quattro code parallele.

Per te è uno shock.. Fuggi nella notte e torni dopo tre giorni. La zampa sanguina di nuovo, bisogna riprendere le cure.
Ma attenzione, ammonisce la veterinaria, se scappa di nuovo rischia grosso.

Ho un attimo di distrazione, scappi nella seconda notte, appena senti tornare le forze.
Vai via come una fucilata, ti inseguo nell’oscurità di un camminamento maledetto, intravedo la tua coda dove il buio è meno fitto, esiti, ti raggiungo, credo di prenderti, ti divincoli, con un balzo di due metri sei in cima al muro di cinta, inarrivabile.
Ti giri, un lungo sguardo luminoso per dirmi tutto in una parola – libero - poi salti di là.

Passano i giorni, e sono giorni di pioggia. Se non torna subito l’infezione lo ucciderà, dice la veterinaria. Dopo due settimane anche l’ultimo filo di speranza se n’è andato.
Ti vedo lasciarti morire sotto un riparo di fortuna, senza più forze.

La telefonata dei nostri vicini arriva il 31 di dicembre, alla sera, prima di cena.
“C’è qui Switzi che mangia”. Anche nelle date, come nel destino, sei molto speciale.
Capace di magie, direbbe Harry Potter.

Come Renzo dopo la peste, sei tornato da dove non si torna. Il peggio è passato.
Ti sei ripreso in meno di una settimana, ma c’era ancora un conto da saldare.

Lo hai saldato alle tre del mattino, in lavanderia. Altre urla belluine, fragori di lotta e poi il silenzio. Balzo dal letto con la pila in mano, esco in tempo per vederti tornare col muso lacerato. Ma stavolta gli occhi, e l’andatura, sono diversi.
Ne hai date più di quelle che hai preso, e segni con metodo il territorio.

Occhi neri, ma a testa alta, come Marlon Brando in Fronte del Porto, quando esce dalla baracca dopo essersi battuto.

Vivi la notte, ma non sei più scappato. E il Bianco non è più tornato.

Sono passati mesi (anni, per te ) di relativa tranquillità. La sera giocavi coi tuoi figli.
Rientravi all’alba dalle tue incursioni notturne. Ti fermavi a dormire su al ristorante, in quello che era diventato il tuo posto prediletto: il comodo incavo superiore di una vecchia macchina da caffè, da bar, non più in uso. Con un paio di asciugamani dentro, era una cuccia perfetta. Di te, sbucavano solo le punte delle orecchie.

Lì ti trovavo la mattina presto, quando salivo a farmi il caffè e a portarti la colazione.
Scendevi con un balzo di gioia e con un secondo balzo eri sul tavolo grande.

Mangiavamo insieme, senza nessuno a disturbarci.
Un rito stupendo, momenti, e mesi, che non ho dimenticato.

Poi una sera, al tramonto, sono fermo in cortile. Guardo a ovest la palla di fuoco del sole che scende all’orizzonte. Mi sento osservato, mi giro, guardo in alto, sei tu.
In bilico su un cornicione a cinque metri d’altezza. E fai una cosa impossibile.
Muso in basso, ti sporgi, allunghi le zampe in avanti e cominci a scendere sul cemento liscio, ventre a terra, a testa in giù, senza scivolare, un passo dopo l’altro.
Come un vampiro. Anzi, come il Dracula di Bram Stoker.

Hai voluto farmi vedere di cosa eri capace? Ma non era finita. Ancora allibito, quando mi sei passato accanto a salutarmi col tuo solito colpo di spalla, ti ho visto andar oltre, e raggomitolarti come una molla di fronte al muro di tre metri che chiude il cortile.
Ti sei girato, mi hai fissato, ho capito, ma non volevo crederci.
Con un balzo, sei arrivato a due metri d’altezza sul muro e l’ultimo metro l’hai fatto sullo slancio, in verticale, di corsa.
In cima al muro mi hai guardato a lungo. Poi, nell’attimo in cui sole scompariva, sei balzato dall’altro lato.
Verso quale finale di partita?

Non sei più tornato.

A lungo, tuo figlio ti ha cercato lungo i vostri cammini di ronda.
A lungo, una gatta grigia ha pianto sotto la mia finestra.