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Caraibi

di James A. Michener
Il mito e la storia del Paradiso in terra e del woodoo, di Jemanjà, divinità femminile che naviga tra le onde degli oceani e che indica sovrannaturalità e fertilità; il mito dei Caraibi, del sincretismo religioso, e di 500 anni di storia.
Questo il tessuto di Caraibi, un classico dell'americano James A. Michener per raccontare a mezza via tra la ricerca storica e il romanzo d'avventura i luoghi in cui Colombo arrivò credendo di essere altrove.
Luoghi in cui ancora aleggiano i fantasmi dei bucanieri e le divinità sinistre e dionisiache dei creoli e della loro fugace bellezza. In cui gli interessi dello zucchero e dei traffici spiegano le guerre sui mari, come le lotte nel parlamento inglese, le sommosse degli schiavi come il tracollo di Haiti.
Caraibi, dove c'è spazio per tutti i ribelli e gli avventurieri fino ai pirati della Tortuga, che trovano qui il rifugio ideale e spesso romanzato, ma Caraibi che sono anche la culla dello schiavismo e della ferocia più brutale.
Michener sa danzare tra la storia e la creazione fantastica, tra la magia e la passione, descrive la malìa delle donne delle isole - belle oltre ogni dire e per molti versi incantatrici come ogni selvaggia - da cui scaturiscono storie violente ed emozioni d'amore, come se tante Circi fossero d'incanto sbocciate nella terra dei Caraibi e agli europei stanchi del viaggio offrissero e promettessero degli Eden che non hanno mai conosciuto. Allora come adesso.
Le donne delle locande e delle taverne
del porto quindi, come la Taverna dei sette peccati, ricordate Rita Hayworth
e Orson Welles inquieti, grandi peccatori immersi in questa magia locale e questo
oblio?
Da Haiti a Trinidad, da Cuba alle Barbados, da Puertorico ad Haiti, da Giamaica
a Cuba e infine a Santo Domingo.
Caraibi, insomma.
Isole nella corrente, diceva Hemingway.
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